Ci sono cose di cui non è semplice parlare e i disturbi alimentari e comportamentali rientrano sicuramente in questa categoria. Sarebbe banale dare la colpa solo alla società che impone dei modelli di bellezza irraggiungibili, perché la maggior parte delle volte dietro questi disagi si nascondono problemi molto più intimi e importanti. Spesso è il cinema ad affrontare con coraggio questi discorsi tabù ed è il caso di Fino all’osso (To the Bone), film prodotto da Netflix e diretto da Marti Noxon. Dopo aver letto diversi articoli positivi e negativi sul film, ho deciso di vederlo in prima persona per cercare di capire quale delle due correnti di pensiero fosse più giusta secondo me.

La protagonista del film, Ellen, è una giovane donna affetta da anoressia nervosa. Dopo numerosi ed inutili ricoveri in diverse cliniche riabilitative, Ellen viene convinta dalla matrigna a provare un nuovo metodo sperimentale ideato dal Dr. William Beckham. Così la ragazza accetta di vivere in una casa-famiglia insieme ad altri giovani che soffrono di disturbi alimentari. Le storie dei ragazzi si intrecciano ed Ellen sembra accettare le regole del Dr. Beckham e sembra fare dei piccoli progressi, ma quando si rende conto che in realtà nessuno dei ragazzi sta davvero migliorando anche il suo percorso si blocca. Le sofferenze soffocate in passato, il rapporto burrascoso col padre, la lontananza dalla madre desiderosa di buttarsi alle spalle la malattia della figlia ed il senso di colpa per una fatalità di cui si sente colpevole la portano ad un vero e proprio crollo emotivo. Ellen, allora, decide di ritornare dalla madre e ormai rassegnata all’idea di morire sale in cima ad una montagna ma quella notte cambia la sua vita donandole finalmente il coraggio di guarire.

Lily Collins (Ellen) e Keanu Reeves (Dr. Beckham) in una scena del film.

Il film è disponibile su Netflix dal 14 luglio e ancor prima della sua uscita ha dato vita ad una serie di polemiche. Per gli psichiatri inglesi infatti, le immagini forti della pellicola banalizzano e rendono il discorso sull’anoressia “glamorous”. Secondo loro, il film potrebbe indurre a fenomeni di emulazioni da parte dei giovani e delle giovani più fragili. Personalmente non sono d’accordo con tutto ciò. Sono proprio le immagini forti e il doloroso realismo del film a renderlo, a mio parere, davvero potente nella diffusione di un messaggio importantissimo: l’anoressia è terribile ma trovare il coraggio di guarire non è impossibile!

Uno degli aspetti più interessanti del film è, secondo me, il rovesciamento di alcuni stereotipi. Ellen ha un rapporto difficile con entrambi i genitori, la madre ha una nuova compagna e il padre ha una nuova famiglia. Paradossalmente l’adulto più attento alla salute di Ellen è proprio la matrigna che, infatti, la spinge ad accettare di sottoporsi al trattamento del Dr. Beckham.

Ed è il rapporto con la sorellastra, nata dal secondo matrimonio del padre, ad essere uno dei tasselli fondamentali nella rinascita di Ellen.

Il carisma e la fragilità della protagonista sono rese ancora più potenti dal talento, dalla sensibilità dell’interpretazione di Lily Collins che ha vissuto sulla propria pelle il dramma dell’anoressia. L’attrice ha più volte dichiarato che interpretare il personaggio di Ellen è stato terapeutico e che il concetto fondamentale da capire quando si parla di anoressia è che questo disagio spesso non ha nulla a che vedere con la vanità.

Indipendentemente dal discorso sui disturbi alimentari, credo che il film voglia darci un messaggio più generale. La protagonista trova la forza di affrontare la sua malattia quando si rende finalmente conto che il dolore non può essere sempre evitato e che certi confitti (come quello con il padre) non possono essere risanati. Ellen trova il coraggio e la voglia di andare avanti in se stessa accettando il dolore e la sofferenza che questo comporta.

 

 

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